Il 2011 visto da un economista
Il 2011 è stato un anno storico sotto il profilo economico-finanziario. La crisi dei mutui iniziata nel 2008 negli USA, si è trasformata in una crisi degli stati europei. Se il problema era un debito privato non più sostenibile, che ha quasi spazzato via molte delle più grandi banche americane, ora sono le singole nazioni europee, ad avere difficoltà nel far fronte ai propri obblighi. Ma chi salverà quest’ultime?
In questo decennio molti paesi europei hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. Si sono indebitati per mantenere un proprio welfare-state che non poteva più essere sostenuto. Invecchiamento della popolazione, cristalizzazione della società, nuove potenze economiche sul piano internazionale, globalizzazione delle merci e dei servizi, sono alcuni dei fattori che hanno spinto e spingeranno tutta l’Europa a tagli dolorosi e frettolosi. In gioco c’è la sopravvienza dell’Unione monetaria, in generale di un sistema finanziario mondiale che si basa su una quantità di promesse future (ripagamento debito+interessi) spaventoso.
Sono “fiducia” e “spread” le parole che vorrei sottolineare di questo 2011. Fiducia persa nei confronti di creditori che non sono più disposti a dare in prestito al Vecchio Continente del denaro per economie asfittiche, prive di uno slancio, di un solido coordinamento economico. Non c’è una politica comune, un capo del governo che dia una parvenza di solidità a nazioni che, se prese singolarmente, ormai non contano molto di più rispetto a soggetti come Cina, India, Brasile, Messico o Sud Corea. L’ultimo vertice di dicembre, che ha inserito più rigide regole di bilancio comuni, vanno nella direzione giusta, ma sono insufficienti.
Lo spread vien di conseguenza. Parola bruttissima, il differenziale con la solida (ma forse non poi tanto) Germania, ci perseguita ogni giorno. Sull’altare della sopravvivenza finanziaria, stiamo obbligando molte persone a fare grandi sacrifici: indubbiamente indispensabili, ma non per questo meno amari, perchè in questo decennio si poteva gestire meglio l’integrazione europea, la globalizzazione, le riforme. Il 2011 ha spinto ad una svolta centrizzatrice a livello europeo e delle sue istituzioni. La corsa ad una maggiore unità è iniziata.
Comunque quest’anno ha già dato un responso ufficioso alla Grecia: nonostante i numerosi tentativi, il paese è ormai affondato e difficilmente uscirà dalla spirale debitoria. Idem per il Portogallo. Due disastri economici creati alle porte di casa e che oramai stanno bussando anche da noi. In Italia, non vi sorprenderà se le parole del 2012 saranno al contempo “recessione” e “rilancio”. La prima è sicura e durerà fino al 2013. La seconda è incerta, come incerta è la voglia di questo paese a cambiare mentalità. Quando si tratta di pagare, gli italiani non si fanno così molti problemi, è quando si tratta di modificare atteggiamenti e abitudini, che le difficoltà sopraggiungono. Su questo non c’è molto da fare, servirebbe del tempo, ma i creditori internazionali non staranno ad aspettarci (e fossi in loro, non aspetterei troppo nemmeno io).
E’ un anno infelice per noi italiani e per l’Europa. In altre parti del pianeta sembra andare meglio: gli USA vanno benino, Cina e India continuano la loro crescita, il Sud America va nel complesso molto bene. Un mondo che comunque diventa sempre più ricco, nonostante enormi problemi attuali e all’orizzone (in primis la questione climatica). Ci sono quindi realtà positive, ma da blogger che vive in questo pezzetto di terra, non ci si può accontentare di questo quando si vede il declino del proprio paese/continente.
2 Commenti a “Il 2011 visto da un economista”
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Quindi? Tutti in Brazil?
Xkè no.. :)