Il Geyser Islandese

Il seguente articolo è stato pubblicato su Noja, un nuovo magazine gratuito distribuito in provincia di Belluno e a cui partecipo in qualità di collaboratore.

Consiglio di visitare il sito ufficiale per qualsiasi dettaglio su questo progetto. Il mio personale augurio è che abbia successo, come tutte le buone idee meriterebbero di avere.


L’Islanda ha una popolazione di 318.452 abitanti, una superficie di 103.125 km2, un PIL annuo di circa 9 miliardi di euro e un reddito medio pro-capite di 28.000 euro. Per fare un paragone, la provincia di Belluno ha un’estensione di 3.200 km2 e una popolazione di 214.000 abitanti. Le principali attività economiche sono: la pesca, che incide sul 12% del PIL, la produzione di software, la ricerca sulle biotecnologie, il turismo e l’attività estrattiva di alluminio e silicio. Si tratta di un paese salito alle cronache negli ultimi anni per due vicende: l’eruzione del vulcano Eyjafjallajökull, che nel 2010 ha bloccato i cieli di mezza Europa, e per la grave crisi economica che l’ha colpito nel 2008.

Come si può vedere dal grafico (cliccateci sopra per ingrandirlo), fino al 2008 il PIL islandese ha avuto dei buoni tassi di crescita, facendo del piccolo paese nordico una delle più vivaci economie europee. Una crescita dovuta soprattutto all’espansione del settore creditizio, tanto che le banche erano arrivate ad erogare prestiti per un valore complessivo pari a più di 10 volte il PIL dell’intero paese. Si era quindi innescato un continuo processo di indebitamento da parte delle famiglie, anche a fronte di poche o nulle garanzie. Ottimismo e fiducia avevano pervaso il sistema economico-finanziario, dettati dalla situazione favorevole del momento, sia a livello nazionale che internazionale.

Nel 2008 si aggrava la crisi americana dei mutui, che colpisce i tre principali istituti bancari islandesi. Con il collasso della moneta islandese, queste banche vengono statalizzate per evitare la paralisi dell’economia. Una di queste, la Landsbankinn Bank, aveva tra i propri clienti 300.000 cittadini inglesi e 125.000 olandesi, i quali avevano aperto un conto corrente attratti dagli alti tassi di interesse che offriva loro. Per evitare che perdessero i propri depositi, Olanda e Gran Bretagna sborsarono 3,9 miliardi di euro nei confronti dei propri concittadini, avvalendosi del diritto di farsi ripagare dal governo islandese.

C’erano quindi due possibilità per gli islandesi: ripianare i debiti nei confronti di Olanda e Gran Bretagna, chiedendo un prestito da un organismo come il Fondo Monetario Internazionale; in alternativa, dichiarare la bancarotta e ristrutturare il debito, ovvero non pagando del tutto l’intera somma o restituendola solo in parte. La prima opzione avrebbe risolto la questione nei confronti dei due stati europei, ma gli islandesi avrebbero perso buona parte della propria sovranità e dei propri risparmi. La seconda sarebbe pesata molto meno sulle tasche dei cittadini, ma non avrebbe chiuso i conti con i creditori esteri.

Dopo due referendum popolari, i cittadini islandesi hanno optato – con il 95% dei voti contrari nel primo, il 60% nel secondo – al non pagamento del debito secondo le condizioni stipulate dal proprio governo con Olanda e Gran Bretagna. Si tratta di uno dei rari casi, se non l’unico, in cui un intero popolo decide del proprio futuro finanziario. Attualmente la questione è al vaglio della Corte di Giustizia europea.

La ristrutturazione del debito di un paese non è un evento così raro e può essere un’opportunità di rilancio (per i creditori si tratta evidentemente di un problema). Le previsioni sulla crescita del PIL di quest’anno (+2,5%), sembrano confermare per il paese nordico questa possibilità. La spirale del debito, se compensata con altro debito, può essere la peggiore delle soluzioni e soffocare per anni l’economia di una intera nazione.

Molte persone sperano di applicare questa soluzione ad altri casi simili, come per le crisi che hanno colpito Grecia, Irlanda o Portogallo. Condividendo così le idee di chi vede nella leva finanzaria un cappio al collo, di chi pensa che non si debbano utilizzare soldi pubblici per rimediare agli errori dei privati o della propria classe politica (ma chi dovrebbe controllare questi soggetti?). Dimenticandosi però che queste economie sono troppo interdipendenti da quelle europee, come Francia e Germania, da rendere impensabile un referendum popolare. L’eventuale decisione di non pagare i propri creditori, potrebbe infatti avere pesanti conseguenze a catena su altri paesi e scatenare un’ondata di panico in tutte le borse mondiali.

In conclusione. L’Islanda deve essere vista come un caso abbastanza isolato, non facilmente replicabile. La particolarità della vicenda sta infatti nell’utilizzo di uno strumento di democrazia diretta, come il referendum, per dissentire dalle decisioni della propria classe dirigente, su una questione delicata e complessa come il debito estero.

Fonti: Il Sole 24 ore: qui, qui e qui. CiaWorldFactbook. Statice.is.

Come si può vedere dal grafico, fino al 2008 il PIL islandese ha avuto dei buoni tassi di crescita, facendo del piccolo paese nordico una delle più vivaci economie europee. Una crescita dovuta soprattutto all’espansione del settore creditizio, tanto che le banche erano arrivate ad erogare prestiti per un valore complessivo pari a più di 10 volte il PIL dell’intero paese. Si era quindi innescato un continuo processo di indebitamento da parte delle famiglie, anche a fronte di poche o nulle garanzie. Ottimismo e fiducia avevano pervaso il sistema economico-finanziario, dettati dalla situazione favorevole del momento, sia a livello nazionale che internazionale.

Nel 2008 si aggrava la crisi americana dei mutui, che colpisce i tre principali istituti bancari islandesi. Con il collasso della moneta islandese, queste banche vengono statalizzate per evitare la paralisi dell’economia. Una di queste, la Landsbankinn Bank, aveva tra i propri clienti 300.000 cittadini inglesi e 125.000 olandesi, i quali avevano aperto un conto corrente attratti dagli alti tassi di interesse che offriva loro. Per evitare che perdessero i propri depositi, Olanda e Gran Bretagna sborsarono 3,9 miliardi di euro nei confronti dei propri concittadini, avvalendosi del diritto di farsi ripagare dal governo islandese.

C’erano quindi due possibilità per gli islandesi: ripianare i debiti nei confronti di Olanda e Gran Bretagna, chiedendo un prestito da un organismo come il Fondo Monetario Internazionale; in alternativa, dichiarare la bancarotta e ristrutturare il debito, ovvero non pagando del tutto l’intera somma o restituendola solo in parte. La prima opzione avrebbe risolto la questione nei confronti dei due stati europei, ma gli islandesi avrebbero perso buona parte della propria sovranità e dei propri risparmi. La seconda sarebbe pesata molto meno sulle tasche dei cittadini, ma non avrebbe chiuso i conti con i creditori esteri.

Dopo due referendum popolari, i cittadini islandesi hanno optato – con il 95% dei voti contrari nel primo, il 60% nel secondo – al non pagamento del debito secondo le condizioni stipulate dal proprio governo con Olanda e Gran Bretagna. Si tratta di uno dei rari casi, se non l’unico, in cui un intero popolo decide del proprio futuro finanziario. Attualmente la questione è al vaglio della Corte di Giustizia europea.

La ristrutturazione del debito di un paese non è un evento così raro e può essere un’opportunità di rilancio (per i creditori si tratta evidentemente di un problema). Le previsioni sulla crescita del PIL di quest’anno (+2,5%), sembrano confermare per il paese nordico questa possibilità. La spirale del debito, se compensata con altro debito, può essere la peggiore delle soluzioni e soffocare per anni l’economia di una intera nazione.

Molte persone sperano di applicare questa soluzione ad altri casi simili, come per le crisi che hanno colpito Grecia, Irlanda o Portogallo. Condividendo così le idee di chi vede nella leva finanzaria un cappio al collo, di chi pensa che non si debbano utilizzare soldi pubblici per rimediare agli errori dei privati o della propria classe politica (ma chi dovrebbe controllare questi soggetti?). Dimenticandosi però che queste economie sono troppo interdipendenti da quelle europee, come Francia e Germania, da rendere impensabile un referendum popolare su queste tematiche. In quanto, la decisione di non pagare i propri creditori, potrebbe avere pesanti conseguenze a catena su altri paesi e scatenare un’ondata di panico in tutte le borse mondiali.

In conclusione. L’Islanda deve essere vista come un caso abbastanza isolato, non facilmente replicabile. La particolarità della vicenda sta infatti nell’utilizzo di uno strumento di democrazia diretta, come il referendum, per dissentire dalle decisioni della propria classe dirigente, su una questione delicata e complessa come il debito estero.

Scritto da Enrico Della Pietà per Noja e il blog Liberocaffe.it

2 Commenti a “Il Geyser Islandese”

  1. Oronzo 29 novembre 2011 at 18:05 #

    In bocca al lupo alla rivista e ai suoi collaboratori! :)

  2. Enrico (admin) 29 novembre 2011 at 21:11 #

    :)


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