La scelta
Premetto che il massimo del cordoglio va alle famiglie delle vittime colpite dall’ultimo attentato in Afghanistan. Non si dovrebbe mai morire così.
La nostra non può essere più considerata una missione di pace: non si tratta di placare qualche scaramuccia, qualche banda di miliziani, ma di affrontare una vera e propria resistenza. Siamo lì a cercare di dare una mano alle popolazioni locali – certo – ma ovviamente la priorità va alla sicurezza di un governo che non governa. Il presidente Karzai è più che altro il sindaco di Kabul ed ha un vago controllo di uno Stato fatto di tanti popoli, con molte etnie, con molto poco in comune. Gestire il tutto sembra un compito impossibile, un mostruoso spreco di mezzi, risorse e uomini.
Dato che siamo in una missione di guerra difensiva, le nostre truppe sono lì a rischiare la pelle. Loro lo sanno. Chi ci va lo fa per scelta, per spirito di sacrificio, per un’ideale magari. O “solamente” per avere uno stipendio. Il prezzo del pericolo che possono pagare può essere la morte, come questi sette soldati uccisi nell’attentato. Ricordiamoli, diamogli il giusto merito, perchè stanno facendo un lavoro sporco.
Eppure ci sono tante morti silenziose che non hanno così tanto spazio o tanti onori. Dalle “semplici” morti sul lavoro, a coloro che muoiono per colpa della malasanità, agli omicidi silenziosi per mafia. Tanta gente perita a causa di pochi controlli, della giustizia lenta, dell’indifferenza comune. Anche a loro, anzi, soprattutto a loro, andrebbe così tanta attenzione come c’è adesso verso i nostri soldati: non hanno scelto un lavoro per rischiare la vita, non hanno scelto determinate strutture sanitarie per sfizio, non hanno scelto di vivere in un quartiere per farsi la guerra tra famiglie. E’ questa la vera differenza: la scelta. Questi militari sapevano di andare in un luogo di guerra, come lo sapevano chi ce li ha mandati: veramente ci sorprendiamo di quello che è successo oggi? Ma è a chi non ha scelto, a coloro che involontariamente si sacrificano per far andare questo Paese, che dovrebbero avere i maggiori titoli sui giornali, le commemorazioni, il cordoglio delle istituzioni.
Eppure non è la scelta ad essere il parametro in cui noi valutiamo una morte. Lo è il modo: una bomba che fa strage fa più clamore di dieci pontili di cantieri che crollano in differenti luoghi d’Italia. Un nemico esterno è sempre più facile da additare, da accusare, da perseguire. Quando invece la responsabilità sta nelle nostre mani, in uno silenzioso stillicidio quotidiano, quasi sempre la ignoriamo.
Un Commento a “La scelta”
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pienamente d’accordo…perchè mentre i soldati morti un guerra tornano con la bandiera sulla bara( una bandiera,una bandiera!) ai lavoratori deceduti in servizio non resta che il pianto delle loro famiglie