La questione nazionale

La cosidetta “questione meridionale” sta scuotendo la maggioranza. Strano? No. In verità, quella che economicamente è diventata l’area più povera d’Europa, non è altro che una realtà ormai vecchia e stantia.

E’ dall’Unità d’Italia che la debolezza delle regioni a sud di Roma non può dirsi più una “questione”, ma un modello sottosviluppato con gravi deficit a tutti i livelli. Come una litania, ad ogni governo si aggirano terribili le seguenti parole sui media: questione meridionale, fondi per lo sviluppo del Mezzogiorno, FAS, chi ne ha più ne metta. Al solito, le maggioranze di qualsiasi colore replicano le solite parole: faremo le riforme, piani strutturali, aumenteremo i fondi.

Quasi non ci si crede più. Sembra serva un Obama al meridione per dare quella speranza orami persa in tante promesse, tanti sprechi condonati, i tanti “stavolta mettiamo a posto noi, le potenzialità ci sono”. Mentre le organizzazioni criminali imperano, spesso in collusione con le autorità e la popolazione, talvolta svogliata, talvolta senza prospettive, talvolta disperata. Ma a che serve dire questo? Tanto non c’è nulla di nuovo, basta leggersi qualche libro sull’argomento.

L’ultima promessa di salvezza sembra essere il federalismo fiscale. Il governatore dell’Mpa Lombardo, dopo aver ipotizzato un partito del Sud (con quali soldi?), punta tutto sui maggiori poteri agli enti locali. Quasi fa sorridere, avendo la Sicilia già un forte potere autonomista, stile Trentino-Alto Adige. La differenza sta nella qualità dei servizi, all’alta disoccupazione, fino al disastro finanziario di Catania e alle gravi difficoltà di Palermo, salvati da Roma ladrona. E’ l’assistenzialismo senza controlli che da anni condanna il Paese.

Non stiamo parlando di una “questione meridionale”, stiamo parlando di un “questione nazionale”. Iniziamo a prendere in considerazione questa prospettiva.

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