Non è una questione di fisso vs flessibile
Avere un posto fisso è un’ottima cosa, soprattutto se il lavoro gratifica il lavoratore ed è abbastanza remunerato da potergli dare la possibilità di creare una famiglia. Avere un posto precario serve a mettersi costantemente in gioco, risulta utile a patto che ci sia uno stipendio maggiore di coloro che hanno più tutele. Starà poi ad ognuno fare le proprie scelte, di quale sia lo stile di vita più adeguato alle proprie esigienze.
In entrambi i casi, ci deve essere una pubblica amministrazione che possa dare alle imprese la possibilità di licenziare ed assumere molto più facilmente di ora. Uno stato che possa dare un sussidio di disoccupazione minimo per coloro che perdono il lavoro, così da compensare la libertà data al settore privato.
In mezzo ci stanno le difficoltà di un mondo in evoluzione, con paesi diversissimi in continua concorrenza tra loro. Molti soldi da mettere subito sul piatto e una società che deve avere fiducia nei propri cittadini su tutti i fronti (tasse, rispetto delle regole, etc.). Il modello “nordico” insomma, che coniuga alta flessibilità e protezione sociale. Il problema è che in Italia non è facile trovare questa sintesi.
5 Commenti a “Non è una questione di fisso vs flessibile”
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Bel post! :-) Prima o poi approfondirò meglio il funzionamento del mercato del lavoro nei paesi scandinavi (che io vedo alla stregua del Paradiso terrestre :-D).
Grazie! :). Beh, spero che il paradiso terrestre non abbia un clima freddo e precipitazioni così intense come quelle nordiche ;D
Modello nordico un cazzo, il problema è che lavoro non c’è punto. Di modelli ne potremo discutere quando avremo la possibilità di mollare un lavoro e trovarne un altro in pochi giorni, non in tanti mesi.
Sì, ma servono delle società, soprattutto straniere, che investano in Italia e nel suo capitale umano.
Uno dei problemi, ma non l’unico ovviamente, risulta proprio il mercato del lavoro che risulta iniquo per i lavoratori (spesso i giovani) e inefficiente per le imprese.
certo che un settore privato che licenzia a gusto ed uno stato che copre (almeno in parte) i mancati introiti dei cittadini non mi sembra un modello molto sostenibile..
mi sembra abbastanza comodo guadagnare fin che c’é da guadagnare e lasciare i costi (economici e sociali) allo stato (che poi siamo noi), oltre ad essere un’arma potenzialmente mortale in mano a questi “imprenditori” cravattini alla Marchionne, che possono usare questa per ricattare lo stato (tu non mi fai una bell’eco-incentivo? bene allora io licenzio 4000 operai e tu te ne fai carico).
oltre al fatto che questi le tasse se possono evitano di pagarle in Italia, o almeno la buona parte, attraverso le famose societá fittizie e residenze improbabili (di cui certo non dico nulla di nuovo quindi evito di approfondire) quindi questo reddito minimo di disoccupazione con che soldi lo creiamo? con le tasse che pagano gli stessi lavoratori (sotto)pagati da queste aziende?
La “libertá” di licenziare a piacimento e senza giusta causa deve comportare degli obblighi ed oneri da parte di questi gruppi economici, e non dello stato.